Materiali di teologia politica dell'Europa e contributi al realismo politico

L'Europa si definisce dall'interno con le grandi correnti che non cessano di attraversarla e che la percorrono da lunghissimi tempi (Lucien Febvre)

Max Weber : la tragicità del destino dell’ Occidente
Ricerche, 31 maggio 2018

Ethos è per l’uomo un dio (Eraclito)
“E’ vero io manco del tutto di musicalità in senso religioso e non ho necessità né capacità di erigere alcuna costruzione mentale di carattere religioso dentro di me. Ma da un attento esame di coscienza, non sono né antireligioso, né irreligioso.”
Fraglichkeitdes Lebens (problematicità della vita) questa era la condizione dettata dall’Occidente che Weber si trovava di fronte: un mondo largamente razionalizzato, il cui tratto essenziale era la sazietà, un’accettazione passiva della fatticità. Una dinamica improntata all’impersonalità dei rapporti sociali ne costituiva la struttura ineluttabile. All’uomo occidentale moderno, scisso tra progressiva razionalizzazione dell’ordinamento economico-sociale e perdita di riferimento al senso, corrispondeva sul piano antropologico l’impoliticità degli “ultimi uomini”, sazi di beni e di opportunità, per i quali “un’amministrazione e un’ assistenza valide sul piano puramente tecnico…costituiscono il valore ultimo ed esclusivo”. Era una condizione di Epigomentum , di un mondo economicamente “saturo” e intellettualmente “sazio”, in cui quanto più si era accentuato il processo di razionalizzazione e differenziazione, tanto più si era imposta un’organizzazione formale dei rapporti sociali secondo puri schemi sistematico-funzionali. “Per i popoli sazi non c’è alcun futuro.” Gli ordinamenti sociali, ridotti a “fatticità impersonale”, avevano fatto a meno di ogni riferimento trascendente, la loro costellazione storica era diventata una semplice contingenza dipendente da un criterio di giudizio semplicemente quantitativo . Scopo dell’agire razionale era la distribuzione sociale dei beni e il soddisfacimento delle aspettative di massa puramente eudemonistiche . La pervasività dell’efficacia tecnico-economica aveva soddisfatto possesso, benessere e garantito un’estensione dei diritti soggettivi: una sorta di parusia attuata.
“Il destino è quello di vivere in una epoca lontana da Dio e priva di profeti.” L’epoca appariva ormai gottfremd, estranea a dio, ma non “senza dio”. Dal rapporto tra razionalizzazione del comportamento e irrazionalità del mondo era riemerso un politeismo tutto mondano in cui “gli antichi dei, spogliati del loro incanto e perciò in forma di potenze impersonali, si levano dalle loro tombe, aspirano a dominare sulla nostra vita e ricominciano la loro eterna lotta” ; una contesa tuttavia che veniva occultata dal senso comune di una “naturalità del mondo” e dal credo in un perpetuo sviluppo. “Il vecchio e sobrio empirista John Stuart Mill ha detto che a partire dal terreno della pura esperienza non si arriva ad un Dio; a me sembra d’uopo aggiungere meno che mai si arriva ad un Dio della bontà, quanto piuttosto al politeismo. In effetti, chi vive nel ‘mondo’ (nel senso cristiano) non può che esperire in sé nient’altro che la lotta tra una moltitudine di valori dei quali ognuno, considerato di per sé, sembra obbligante. Egli deve scegliere quali di questi dei vuole o deve servire oppure quando vuole o deve servire l’uno o l’altro. Allora però egli si troverà sempre in lotta con uno o più degli altri dei di questo mondo e in special modo si troverà sempre assai lontano dal Dio del cristianesimo, o almeno da quel Dio che viene annunciato nel sermone della montagna.” Se la dedizione ad una sfera di vita indicava la perdita di “senso oggettivo”, la conseguente lotta assumeva un profilo antropologico e i rapporti sociali diventavano inevitabilmente Kampfbeziehungen ; ogni ambito di vita, in una pluralità non ordinata gerarchicamente, ma continuamente collidente, tendeva ad imporre il primato della propria logica di funzionamento. La regola sociale del mercato e la diffusione delle libertà individuali avevano reso inevitabile l’estensione di un conflitto, che da concorrenziale aveva assunto un’intensità politica. La lotta tra i valori, in definitiva, appariva come una lotta sul modo di esistere. “La fede ottimistica nella naturale armonia degli interessi dei liberi individui…oggi è stata distrutta per sempre dal capitalismo.” Tipologia antropologica e modalità istituzionali corrispondevano ad un atteggiamento puramente fenomenico verso una realtà che non richiedeva una presa di posizione, ma solo adattamento. Le condizioni storiche pratiche e spirituali erano determinanti per un “tipo di uomo” e con queste occorreva misurarsi: “ogni ordinamento, quale che sia, delle relazioni sociali deve in ultima analisi, se si vuole valutarlo,essere sempre esaminato in riferimento al tipo umano a cui esso, attraverso una selezione di motivi esterna o interna, offre le migliori possibilità per diventare predominante” . “Sono gli interessi (materiali ed ideali) e non le idee, a dominare immediatamente l’attività dell’uomo. Ma le ‘concezioni del mondo’ create dalle ‘idee’ hanno spesso determinato, come chi aziona uno scambio ferroviario, i binari lungo i quali la dinamica degli interessi ha mosso tale attività”.
Il mondo esito della razionalizzazione capitalistica appariva unico; tuttavia tratto caratteristico dell’epoca non era rappresentato solo dall’estraneità a Dio e dall’assenza di profeti, ma anche dall’indisponibilità di nuovi continenti, in cui organizzare una società secondo una proprio ethos : “negli eserciti di Cromwell, nell’assemblea costituente francese, nell’intera nostra vita economica soffia ancor oggi un vento d’oltremare; ma un nuovo continente non è più a disposizione…la costruzione razionale della vita istituzionale ha oggi, almeno in linea di massima, compiuto la sua opera, senza dubbio dopo aver annientato innumerevoli ‘valori’. La normatività utilitaristica rende l’economia l’attività sociale essenziale e costituisce il trionfo del capitalismo nella sua forma più compiuta: dal “dovere del profitto” come bene comune all’affermazione dei diritti soggettivi, dal soddisfacimento dei bisogni all’imprescindibilità dei risultati etc. La standardizzazione della produzione ha uniformato lo stile di vita, l’habitus interiore e, nelle attuali condizioni della vita economica, l’effetto di questa omogeneizzazione procedurale è diventata universale. Oggi la ‘scienza’ in quanto tale non crea più personalità universali.” Ogni Weltbild si era ristretto alla fatalità di un meccanismo causalistico imposto dalla forza coercitiva di un sviluppo tecnico-scientifico, la cui ricaduta sociale produceva lo scatenamento delle più diverse pulsioni . Il tipo umano dominante era stato forgiato da Ordungen und Mächte centrate sull’utilitarismo, sullo “spirito del calcolo”, sulla specializzazione, ma mercato e legalità, ordine e benessere di per sé non avevano generato alcun orizzonte di senso, avevano reso solo ingovernabile il mondo, imponendo il dogma della Zweckrationalität, adatta a “soffocare alla radice la fede che vi sia qualcosa come un ‘senso’ del mondo!” L’intellettualizzazione e la differenziazione delle diverse sfere vitali con proprie logiche interne, una razionalizzazione dei mezzi e degli scopi avevano condotto ad una dimensione di assoluta contingenza, al mito di un’eternizzazione del presente benessere; il bellum omnium contra omnes del politeismo di valori impersonali aveva sancito l’impossibilità per l’esistenza di riconoscere la certezza di un “senso oggettivo”. Ordinamento e condotta di vita relazionandosi avevano retroagito sulle forme di convivenza. Ogni ordinamento andava considerato in base alle sue ricadute antropologiche. “Come il razionalismo economico, alla sua origine, dipende, anche in generale, dalla tecnica e dal diritto razionale, così esso dipende pure dalla capacità e dalla disposizione degli uomini di adottare certi tipi di condotta pratico-razionale.”
Albert Salomon ha individuato acutamente il centro dell’indagine weberiana in “una precisa idea dell’uomo,” estranea tuttavia ad ogni essenzialismo antropologico. In tutta la produzione weberiana, almeno dal 1904, appare centrale la relazione tra tipo umano con un suo Weltbild e ordinamento economico-sociale . Partendo dall’indebolimento della forza plasmatrice della religione sulla personalità Weber era giunto, attraverso il rifiuto dell’idea kantiana della personalità morale, alla constatazione del fallimento della concezione umanistica della Bildung. Personalità coincideva invece con la scelta di una causa, di una “fede ultimativa” e con l’emergere di un individualismo aristocratico, come il typus di Berufmensch proprio dell’ascetismo calvinista; personalità come leitender Geist con capacità decisionale, padronanza di sé e vocazione in relazione ad un mondo in cui l’autonomia degli ordinamenti di vita, dominati da un’indifferente funzionalità, selezionavano i mezzi più efficaci per l’acquisizione di un potere autocentrato e di un “adattamento naturale”.
“L’interesse di Weber nasce e attraverso tutte le ricerche finisce nel fenomeno del capitalismo occidentale moderno.” Modernità e capitalismo si erano sovrapposti, determinando un destino per l’Occidente. “L’odierno ordinamento capitalistico è un enorme cosmo, in cui il singolo viene immerso nascendo, e che è a lui dato, per lo meno in quanto singolo, come un ambiente praticamente non mutabile,nel quale è costretto a vivere.” Per Weber, forse l’ultimo “politico classico” nella linea del “realismo pessimistico” di Tucidide, Tacito, Machiavelli, Hobbes, Hegel, Tocqueville e in opposizione alla metafisica giusnaturalistico-idealista, il capitalismo ha rappresentato un destino: il “potere più gravido di destino” della nostra epoca, uno stato di cose con cui misurarsi, non per il tipo di uomo sviluppato, ma per la sua potenza tecnica espansiva. “Il mondo in cui siamo ‘inseriti’ non ha promesse di felicità da distribuire. Quelle religiose sono esaurite, e la scienza e la tecnica non hanno competenze in materia di felicità.” La Rationalisierung capitalistica appariva anetica, “una schiavitù senza padroni”; ogni ordinamento era reificato, anche lo “Stato di diritto”, parimenti al mercato, non possedeva alcuna connotazione etica in grado di incidere sui rapporti sociali, mentre l’esistenza non poteva neppure essere garantita dalla semplice impalcatura dei diritti civili.
A fronte di un potere legale-impersonale, sovrappostosi ad un’autorità personale, la legittimità aveva significato per Weber l’assunzione di un agire di senso manifestatosi in un ordinamento, l’assunzione di un’autorità, in antitesi al funzionalismo tecnico di una razionalità burocratica sì dominante, ma anche sintomo del declino della centralità europea. All’intensità dell’autorità aveva sempre fatto riscontro la dedizione alla potenza formidabile della fede . La motivazione dell’agire aveva determinato lo strutturarsi degli “ordinamenti di senso” e ne era stato l’anima. Un ordine del reale era strutturato sul legame tra motivazione profonda e azione; solo così era possibile sottrarsi al caos magmatico dell’immediatezza naturale. Appariva legittimo ciò che a cui si affidava volontariamente la propria fede, al riconoscimento di un’autorità animata da un atto motivazionale quale telos. Il potere del capitalismo invece si era consolidato su costellazioni di interessi; aveva affermato una normatività sociale, ma aveva smarrito ogni finalità, così da apparire ormai una “fatalità”. Questo modo d’esistere aveva trasformato il rapporto con il mondo e si era imposto quale “sistema inevitabilmente dominante dell’economia, e attraverso di essa, del destino quotidiano dell’uomo.” L’homo politicus e quello oeconomicus si erano conformati a regole sganciate da qualunque rapporto personale; il tipo di uomo professionalizzato si era chiuso nella propria quotidianità fatta di calcoli e tecnicismi. Assetto capitalistico e democrazia di massa si erano saldati in una “gabbia di acciaio” per “specialisti senza intelligenza, gaudenti senza cuore”. Anche la Kultur di stampo liberale aveva scontato il limite di non oltrepassare un orizzonte antropologico privo di pathos e ristretto in un apatico bisogno di sicurezza e di interessi sostanzialmente economici finalizzati al calcolo del benessere. “Il capitalismo può ben esistere tranquillamente, ma o come qualcosa di fatalmente ineluttabile, così come sempre più accade oggi, oppure come nel periodo dell’Illuminismo…legittimato quale mezzo in qualche modo relativamente ottimale per fare di quello che è relativamente il migliore dei mondi (nel senso della teodicea di Leibniz) la cosa relativamente migliore. Ma proprio per gli uomini più seri esso non appare più tanto facilmente come espressione esteriore di uno stile di vita fondato su un’unitarietà dell’esistenza, compiuta e dichiarabile della personalità. E sarebbe un grosso errore credere che questa circostanza debba risultare indifferente per la posizione del capitalismo all’interno della civiltà nel suo complesso, in primo luogo per i suoi effetti culturali, ma anche per il suo destino.” Allo stile di vita del capitalismo “emancipato da ogni motivo religioso…manca soltanto il fondamento decisivo nella vita personale. La risposta di Weber a tali premesse era stata l’indicazione di una Lebensfűhrung razionale della personalità orientata dalla motivazione dell’agire: un “centro unitario della condotta di vita” . Uno “stile di vita” irriducibile e la definizione delle condizioni di un agire etico costituiva il presupposto di ogni Lebensordnung, la premessa ineludibile per un ordine dei mondi vitali. “Fare agire su di sé la realtà con calma e raccoglimento interiore”, accogliere l’“abitudine della distanza tra le cose e gli uomini” consentivano una motivazione sganciata da ogni routinizzazione quotidiana e dal caos istintuale. Al rifiuto di adattamento al mondo, come dato di fatto “naturale”, corrispondeva l’adesione ad una fede di una Persönlichkeit : una Berufstätigkeit, una volontà coerente e un agire conseguente potevano stabilire una propria relazione di senso con il mondo, senza scadere nel puro soggettivismo, ma tenendo conto dei mezzi utilizzabili e delle circostanze. “ Il frutto dell’albero della conoscenza, frutto fastidioso per la comodità umana ma inevitabile, non consiste in nient’altro che nel dover riconoscere quei contrasti e nel dover quindi considerare che ogni singola azione importante, e soprattutto la vita nel suo insieme- se essa deve non già scorrere via come un evento naturale, bensì essere diretta consapevolmente –rappresenta una catena di decisioni ultime, mediante cui l’anima (come per Platone) sceglie il suo proprio destino, vale a dire il senso del suo agire e del suo essere.”
Il senso (politico) di un ordine era concepibile, in riferimento alla Sachlichkeit (dedizione appassionata) ad una causa e al senso di responsabilità che ne dirigeva l’agire, a cui non faceva più riscontro alcun criterio oggettivo, ma permetteva all’uomo politico di plasmare un’effettualità storica in sé priva di un telos. Il “primato della politica” per Weber era fondato non machtstaatlich, bensì sul comportamento e sull’idea di mondo (Weltbild); era orientato all’affermazione di una Begeisterung e di una responsabilità, di una libertà della persona appassionata, dedita ad un senso . “Vi sono in ultima analisi soltanto due tipi di peccato mortale sul terreno della politica: l’assenza di una causa e-spesso, ma non sempre, si tratta della stessa cosa- la mancanza di responsabilità.” Votarsi ad una causa, con il suo patrimonio di senso, di stratificazione storico-culturale, appariva inevitabile per non cadere nel relativismo prospettico, in un asettico scetticismo e neppure in un nichilismo, seppure “nobile”, come sostenuto da Strauss . Il primato della decisione creava e rafforzava un motivo costante e coerente. Alla radice dell’agire etico, di una condotta di vita c’era la decisione per una fede e un orizzonte sinngebundisch. La libertà d’azione non risiedeva in un crogiuolo indistinto di stati emotivi, ma nel controllo di questo sottosuolo. Una scelta richiamava un elemento trascendente per una struttura storicamente agente, pur senza la presunzione di asserire “valori assoluti”, ma con la consapevolezza che una Wertbeziehung significava anche l’esclusione di possibilità altre e l’assunzione essenziale di una responsabilità propria. Senza l’ancoraggio ad una dedizione appassionata ad una causa nessuna istituzione poteva generare una fattiva autorità ed essere determinante per il comportamento sociale. La soggettività orientata ad un senso ultimo compiva una scelta decisiva pre-razionale: “con la coscienza del tragico a cui è intrecciato in verità ogni agire, e in particolare l’agire politico… il fatto di servire una causa- non deve mai mancare, se l’agire deve altrimenti avere un suo sostegno interiore. Quale debba essere la causa per i cui fini l’uomo politico aspira al potere e fa uso del potere è una questione di fede.” L’agire diveniva l’elemento di contatto tra senso unitario della vita e razionalità dei mezzi. Se Weber criticava l’astrattezza dell’universalismo deontologico kantiano, per la pretesa di dedurre logicamente da un principio una decisione: “una regola formale non può dare una decisione”, riteneva altresì impossibile una concezione consequenzialistica quale criterio dell’agire. La decisione era sempre “in situazione”: una presa di posizione nella correlazione tra il “proprio demone” e i fattori che rendevano incisiva l’azione. Nessuna teologia poteva sostituire la fede acquisita con il sacrificio dell’intelletto. Se era esplicito il rifiuto da parte di Weber del puro “dover essere” (gute Wille kantiano), tuttavia, in coerenza con le premesse de-ontologizzanti, il riferimento ad una “verità” non potendo più avere come riferimento alcuna potentia ordinata alternativa alla potentia mundi, finiva per subire la tragica eredità della potentia dei. Un destino era sembrato così calare sull’uomo politico occidentale, pur di fronte ad un’intenzionalità insopprimibile. Infatti la “perdita di senso” non poteva essere superata con l’atto di volontà weberiano, con una scelta che non trovava più un supporto ontologico; la stessa forma politica-istituzionale (ordinamento giuridico o legittimità carismatica che fosse) risultava indebolita mortalmente nei confronti delle possibilità infinite di quest’unico mondo. Solo una condotta di vita razionale in relazione al trascendente, magari trinitario, potrebbe consentire il senso di un mondo. Un’azione politica di lunga durata esige sempre un radicamento trascendente, la cui ratio si traduce nella capacità di selezione dei mezzi e di valutazione delle conseguenze del proprio agire; questa autorità è sempre riferita ad una fides, ma non ad una qualsiasi causa, come nella tragicità weberiana. Nell’epoca dell’Hochkapitalismus, ormai lontano dai sobri eroismi puritani e dai postulati del liberalismo classico, di fronte ad ordinamenti politici ed economici fortemente strutturati a Weber appariva essenziale la formazione di un Führertum, di un’aristocrazia politica della democrazia, di personalità di “grandi individui”. La presa d’atto della crisi irreversibile di una “oggettività ontologica” e del Sinn der Sachlickeit sospingevano a distanziarsi dalla fagocitazione burocratica e a prendere posizione per un capo carismatico. Non solo il concetto di carisma, ma anche quello politicamente corrispondente di Führerdemokratie rivelavano un evidente schema teologico politico, di una vocazione dell’intera esistenza per un senso eccedente la legalità fattuale. La particolare attenzione per la soggettività e i suoi mutamenti hanno concentrato Weber, fino alla fine, sulla figura del “grande individuo”, che en politique si traduceva nel capo carismatico in opposizione ai Berufspolitikern ohne Beruf. La capacità di un’azione intramondana, guidata dall’intensità di un punto di vista extraquotidiano, appariva determinante per la stessa costituzione di una “gerarchia d’ufficio”, la cui stabilità si intrecciava con la qualità dei suoi membri. Connettere carisma personale e “ufficio”, grazia carismatica e forza della tradizione propria di un apparato istituzionale se è stato possibile tramite il concetto di “carisma d’ufficio”, tuttavia, anche in questo caso, fondamentali rimanevano le qualità personali perché la stessa tradizione istituzionale si mantenesse viva e legittima. Un “atto di fede” e l’autorità politica rimanevano decisive per l’orientamento della società e il governo dell’inevitabilità della lotta: Führerdemokratie mit Maschine. “Quale debba essere la causa per cui fini l’uomo politico aspira al potere e fa uso del potere è una questione di fede…Altrimenti la maledizione della nullità delle creature grava anche sui successi politici esteriormente più solidi” . Dare un senso all’agire politico contemporaneo aveva condotto Weber a riscoprire lo spirito ascetico vocazionale (inner-weltlich) degli albori della modernità, a cui lo portava anche una disposizione personale di serietà e fedeltà a se stesso; di qui un parallelismo tra etica intenzionale religiosa ed etica politica, tra asceta intramondano ed “eroe” politico (politiche Leitender).
Un interesse politico-destinale per la condotta di vita, una realistica diagnosi del processo di razionalizzazione e l’angoscia per la crisi verticale del ceto politico avevano spinto Weber alla ricerca di un tipo di uomo politico all’altezza della dimensione mondiale della Machtpolitik: un “römische Cäsar mit Christi Seele” . L’attiva ascesi puritana era apparsa un punto di riferimento paradigmatico . Per questa “aristocrazia ecclesiastica dei santi” la negatività della condizione naturale del mondo e l’imperscrutabilità del volere di un Deus absconditus avevano reso incolmabile l’abisso tra imperfezione creaturale e onnipotenza del creatore e costretto l’individuo a contare unicamente su se stesso. “Il singolo può cercare la salvezza soltanto come singolo.” Paradossalmente l’̏aspra dottrina dell’assoluta lontananza di Dio e della mancanza di valore di ciò che è puramente umano”, e la conseguente “scomparsa assoluta della salvezza ecclesiastico-sacramentale” avevano spinto l’ethos puritano a rovesciare la fede nel trascendente in una razionalizzazione del comportamento e nella tensione al dominio del mondo L’attestazione di uno stato di grazia, di predestinazione di un’elezione, quale segno del volere divino, aveva sedimentato un tipo di uomo professionalizzato, investito nella sua interezza da un Beruf. Nel dovere di una risposta pratica ad maiorem Dei gloriam aveva preso corpo il rifiuto di ogni divinizzazione dell’uomo, il riconoscimento della propria finitezza, e una metodica ascesi dell’agire economico: lo “spirito del capitalismo” . “Uno degli elementi costitutivi dello spirito capitalistico moderno, e non soltanto di questo, ma di tutta la civiltà moderna: la condotta razionale della vita sul fondamento dell’idea di professione è nata…dallo spirito dell’ascesi cristiana.” “Poiché il successo del lavoro è il sintomo più sicuro del gradimento divino, allora il profitto capitalistico è uno degli elementi più importanti per sapere che la benedizione di Dio si è posata sugli affari.” Un’̏ eroica individualità”, la motivazione trascendente di una condotta di vita disciplinata aveva prodotto una razionalizzazione sociale radicale ed era stata determinante per “lo stile di vita di ogni individuo che nasce in questo ingranaggio, e non soltanto che prende parte all’attività come puramente economica.” Il significato del processo di Rationalisierung aveva poi finito con l’essere sussunto da una logica esclusivamente economica, che, in prospettiva, escludendo ogni riferimento al trascendente costringeva a ripiegare sulla scelta di una costellazione di valori, su una decisione etica del soggetto: “non c’è neanche alcun agire comunitario che non abbia il suo dio speciale e che pure non abbia bisogno del suo, se la sociazione deve essere durevolmente garantita.”

Un mutamento d’epoca non è mai stato lineare, ha contemplato una molteplicità di fattori talora contraddittori e spesso ha conosciuto un’eterogenesi dei fini, che si è rivelata decisiva per la trasformazione dell’insieme dei rapporti sociali. Infatti all’ethos puritano, a cui Weber aveva rivolto una particolare attenzione, ha fatto seguito una differenziazione delle singole sfere ordinamentali con proprie logiche di funzionamento, fino ad una razionalizzazione e sistematizzazione di un ambito sociale sempre più interattivo e automatizzato. Ad un orizzonte univoco di senso sono subentrate le leggi di mercato “autoregolative” e l’istanza del benessere quale necessità inderogabile. Il trascendente è stato neutralizzato dalla “virtù sociale” dell’utile; il “diritto alla felicità”, la fiducia nella “mano invisibile” hanno imposto un mondo non più rifiutabile, un unico mondo possibile. Calcolabilità, sicurezza e benessere si sono poste successivamente a fondamento della concezione liberal-borghese e l’efficienza di un “agire razionale”, propria del modello di funzionamento d’impresa, è assurta a norma istituzionale: lo Stato als Anstatsbetieb.
Proprio questa immediatezza della fatticità esigeva secondo Weber un approccio alla condizione storica per opposizioni: pensare, anche metodologicamente, per contrasto, spingendo con rigore consequenziale i punti di vista fino ad una Grenzsituation sostenibile. Questo ha caratterizzato l’intero arco della produzione weberiana ed è stato parte essenziale della sua personalità. Il fondamento religioso del dualismo perfezione divina/imperfezione umana, che aveva avuto nell’antica profezia un primo radicamento, nella tarda modernità, con il tramonto teologico politico dell’idea di una trascendenza ontologica, aveva trovato un’esasperazione nel destino umano. Chiarire il senso profondo di un conflitto permetteva di operare con accortezza, non secondo una sintesi impossibile, bensì per una fruttuosa complementarietà propria dell’agire etico, che racchiudeva in sé la necessità di una causa ultima e di una pratica intenzionale. Il fondamento irrazionale della consacrazione ad una causa richiamava il motivo dell’agire razionale, un “senso oggettivo” rilevabile praticamente, di cui era possibile trovare un riscontro nell’antinomia della modernità tra fondamenti irrazionali e razionalizzazione dei modi di vita sia nel comportamento metodico dell’eletto o di una setta, sia nelle qualità carismatiche dei capi. Il senso di una valutazione pratico-politica poteva tener unito e governare ciò che sul piano logico appariva eterogeneo.
Per “guardare in faccia il volto severo del destino del tempo” occorreva accompagnare ad una Zeitdiagnose una presa di posizione nei confronti del Weltall, un criterio di selezione del reale nei suoi aspetti ritenuti essenziali per l’azione . Questa facoltà di giudizio, la relazione tra fenomeno storico e senso dal punto di vista di un’̏oggettività”, quale forma più consapevole della soggettività, permetteva una lungimiranza e una distanza interiore. Una Weltfremdheit dalla naturalità caotica del mondo e un atteggiamento avalutativo non erano affatto in contraddizione con un riferimento etico dell’azione, bensì lo supportavano; la stessa presa di posizione sollecitava un atteggiamento avalutativo in grado di prefigurare le implicazioni di trascendimento dallo stato presente. Un punto di vista sulla realtà portava in sé un pathos etico, che si traduceva nella responsabilità dell’azione innervata da “relazioni di senso”, (fondamento, a loro volta, di una “struttura di senso) . Quindi avalutatività non significava affatto un’osservazione neutrale, bensì, mettendo in condizione l’agire di affrontare la datità mondana con mezzi adeguati, diventava una vera e propria “arma di combattimento”: l’̏oggettività” quale realistico disciplinamento della passionalità del punto di vista. Con un “appassionato distacco” presa di posizione e comprensione venivano tenute metodologicamente divise per funzionare nella stessa direzione come forza responsabile di orientamento razionale della personalità. “Soltanto una cosa è fuori di dubbio: che ogni ordinamento di qualsiasi tipo, di relazioni sociali, se si vuole valutarlo, deve in ultima analisi essere sempre esaminato in riferimento al tipo umano a cui esso, attraverso una selezione (di motivi) esterna o interna, dà le migliori chances per diventare predominante.” Il senso degli eventi, dei rapporti sociali significativi dipendeva dal “punto d’attacco” della valutazione, il che comportava accettare l’apertura di un conflitto. Nella definitiva frattura tra soggettività e piano ontologico diventavano determinanti l’orizzonte di una presa di posizione e l’orientamento di senso. Così di fronte alla crisi di parametri di riferimento oggettivi per Weber la razionalità non appariva intrinseca all’agire, né alla struttura del reale, bensì costituiva il risultato dell’applicazione del criterio di giustificabilità ad un’azione; non un concetto riferibile ad un comportamento pratico, né conforme ad un tipo ideale di comportamento, ma elemento di comprensione del reale. Il rapporto con l’esistente portava sempre con sé un insieme di sedimentazioni storiche e aspettative; il criterio di razionalità dell’agire, la valutazione dei mezzi e delle loro conseguenze, andavano definiti in riferimento alla imprescindibilità di questo mondo. Non poteva esistere una soggettività priva di credenza ed estranea al riconoscimento delle condizioni di possibilità di una condotta pratica in relazione ad un mondo costitutivamente indeterminato. Weber si era sempre guardato dal cadere in un completo soggettivismo; la stessa separazione tra scelta teleologica di un valore e “causalità adeguata” rendeva conto di un comportamento responsabile nelle diverse alternative. “Il più grosso fraintendimento a cui sempre, in ogni occasione, vanno incontro i sostenitori della collisione tra i valori, è rappresentato quindi dall’interpretazione di questo punto di vista come relativismo.” Infatti in “una lotta mortale senza possibilità di conciliazione…non è possibile nessuna relativizzazione e nessun compromesso; si sceglie il proprio destino –e cioè il senso del suo agire e del suo essere.”
Il piano dell’essere non legittimava più l’elemento logico-conoscitivo, ma sussisteva il riferimento ad un valore incondizionatamente valido da un punto di vista. Nella soggettività si determinava una forza direttiva e ordinatrice rispetto al semplice accadere fattuale, che non aveva avuto e non poteva avere un proprio fondamento né nell’immediatezza naturale, né in “valori oggettivi”. Per Weber non sussistevano valori universali, così come la “verità” non costituiva un a priori trascendentale, ma era il frutto della decisione per il proprio dio. Conoscenza (ipotetica) e valore, a differenza del neokantismo, non coincidevano. Non si dava una “gerarchia oggettiva” di valori, una norma universale quale criterio di validità della razionalità ed eticità dell’agire . Condizione di possibilità trascendentale di una diagnosi critica della razionalizzazione moderna era costituita dalla relazione decisiva ad una costellazione di valori, verso ciò che “in ultima analisi si vuole”. In base ad una presa di posizione ultima si configurava una “verità”; così se non era più possibile alcun radicamento ontologico, la validità giudicativa veniva riportata ad una scelta vitale. Uomini “dotati della capacità e della volontà di assumere posizione” potevano circoscrivere uno spazio e conferire un senso ad una “sezione finita di quell’infinità priva di senso che è il divenire del mondo” (sinnfremde Auβenwelt) . Una parte significativa richiamava un “individualismo metodologico comprendente”, ordinato da un senso intenzionale. Verstehen significava comprendere la motivazione di un agire orientato da un’etica razionale (wertrational) e sottratta agli automatismi sociali. Secondo Weber “individui storici” avevano trasformato il dato immediato in un orizzonte storico; di fronte ad una molteplicità caotica esposta al fluire del tempo e delle circostanze, si era selezionato ciò che si riteneva significativo in relazione al valore. Il riferimento etico rappresentava sempre un’eccedenza temporale rispetto alla fatticità e l’elemento centrale nella mancanza di un’ontologia trascendente. Dopo tutto, se il senso etico richiamava una credenza, richiedeva anche un’azione di cui la forma istituzionale diventava ancoraggio storico. In tal modo la soggettività, quale ethos intersoggettivo, a differenza dell’eticità istituzionale hegeliana, non ricomprendeva in sé l’assoluto, ma rimaneva portatrice di senso, di una “connessione motivante”. Analisi disincantata e volontarismo etico si tenevano di fronte ai mutamenti degli ordinamenti sociali e della stessa soggettività.
“E’ il destino della nostra epoca, con la razionalizzazione e l’intellettualizzazione a essa propria, e soprattutto col suo disincantamento del mondo, che proprio i valori ultimi e più sublimi si siano ritirati dalla sfera pubblica per rifugiarsi nel regno oltremondano di una vita mistica o nella fratellanza delle relazioni immediate tra gli individui.” In un’Europa, che a Weber appariva ormai senile, patria di un homo aequalis assuefatto alla propria condizione, disinteressato ad una dimensione sovraindividuale, in una tale führerlose Demokratie, ancor prima di garantire interessi e benessere, occorreva sviluppare una “dedizione ad una causa”, una spinta interiore capace di travalicare ogni sazia cecità. Qui la visione di Weber coincideva con la posteriore presa di posizione di Husserl: “dobbiamo accettare il ‘tramonto dell’Occidente’ come se si trattasse di una fatalità, di un destino che ci sovrasta? Sarebbe un destino fatale se lo accettassimo passivamente.” Senza un primato di fede l’agire non poteva avere alcuna Erwartung (aspettativa) intenzionata. Senso della propria condotta e ordinamento conseguente trovavano il loro nucleo etico nell’idea di Beruf, di una vocazione di fede che esigeva un’autonomia della sfera d’azione e conduceva alla scelta di un destino. Il Glaube, non revocabile, si manifestava in un agire professionale eticamente motivato, in un controllo degli impulsi, dei sentimenti, dei propri bisogni e in uno sguardo lucido sul “destino del tempo”, insomma in una responsabilità di senso, immune da ogni speranza geschichtsphilosophisch redentiva. Questa era vocazione, il massimo d’intensità a fondamento di un agire razionale Sinnbezogenheit, che richiamava una “personalità”, una qualità dell’uomo. Ogni rapporto personale era connotato eticamente da una decisione ultima nel vuoto lasciato dalla razionalizzazione, in un’epoca di ordinamenti spersonalizzati, incapaci di orientare la condotta di vita e in cui non si sentiva più “il nesso vincolante della sfera pubblica”. Tutto andava conquistato e riconquistato con la lotta, anzi questa andava provocata. La lotta era inscritta nell’orizzonte della stessa struttura sociale. Una presa di distanza dal mondo per meglio affrontarlo, una critica radicale delle relazioni mondane e un controllo ascetico di sé avevano rappresentato per Weber i presupposti per un’azione in grado di plasmare gli ordinamenti mondani secondo una tensione non vincolata al mondo e alle sue regole: un “disciplinamento interiore” che sapesse innalzarsi al di sopra del caos e dell’eteronimia delle sfere mondane. La “gelida notte” dell’epoca imponeva un rapporto soggettività/ordinamento mondano mediato da un orientamento di condotta, da una scelta soggettiva in grado di trascendere un “mondo unico”, nell’assenza ormai di una sovradeterminazione ontologica. “Non come si troveranno gli uomini del futuro, bensì come saranno è la questione che ci spinge a pensare al di là del vincolo della nostra generazione e che in verità sta anche alla base di ogni lavoro di politica economica. Noi non vorremmo alimentare il benessere degli uomini, quanto piuttosto quelle qualità alle quali associamo la sensazione che creino la grandezza umana e la nobiltà della nostra natura.”
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